venerdì 12 agosto 2016

Dialoghi con Buber







Giulia Zandonadi:
“la poesia è un atto rivolto al tu”
di Bonifacio Vincenzi


Gli uomini e le donne del nostro tempo sono esseri che gradatamente si stanno svuotando della loro umanità. È un’esagerazione? Non credo. La forma delirante, che sembra aver colpito grandi masse di persone, è destinata ad espandersi e non certo ad arretrare. Attacca principalmente la solitudine degli individui con un paradosso e cioè affollandola con degli eccessi di presenze e possibilità, tutte chiaramente virtuali.

È allucinante per una persona fuori dal mio tempo quale ammetto ( con un certo orgoglio) di essere, vedere giovani e meno giovani con lo sguardo costantemente incollato sui loro tablet. Per non parlare dei cellulari, ormai ci si può fare tutto, volendo, anche telefonare.

C’è in atto sicuramente un mutamento genetico della razza umana che, a mio avviso, di naturale ha ben poco. Ho quasi l’impressione che sia cambiata la gestione occulta della vita sul pianeta e che il nostro Dio sia, in qualche modo, in pericolo.

Eccesso di fantasie? Può darsi. Dopotutto  viviamo nel tempo in cui ognuno può apparentemente interpretare la vita come gli pare, anche seguendo percorsi in disuso come quello della logica, ammesso che ne abbia la forza e il coraggio.

Questo strano preambolo perché mi ha sorpreso questo nuovo libro di poesia di Giulia Zandonadi,Dialoghi con Buber, LietoColle, 2016.

Giulia Zandonadi è nata a Treviso nel 1988, è quindi un’autrice giovane, molto giovane, figlia di questo tempo che sta cambiando, e scoprirla così attratta dal pensiero di Martin Buber, oggi è davvero sorprendente.
Ma chi è Martin Buber?


Martin Mordechai Buber  è nato a Vienna nel 1878 e morto a Gerusalemme nel 1965. È stato un filosofo, teologo e pedagogista austriaco naturalizzato poi israeliano. È famoso per aver elaborato una prospettiva di pensiero fortemente legata ai temi del dialogo e della relazione, capace di aprire un mondo infinito e affascinante: il mondo della relazione, appunto,  e dell’incontro con il Tu.

Devo confessare che non amo molto le famose “note degli autori” che ormai imperversano, all’inizio o alla fine, di molti libri di poesie, note scritte per cercare di indirizzare il viaggio del lettore direttamente su strade già immaginate e fortemente desiderate da colui che scrive. Resto fedele, invece, al pensiero di Blanchot quando sosteneva che il poeta scrive sì il libro, ma che sono poi i lettori a compierlo. Cercare di indirizzare il lettore verso la “giusta” direzione lo trovo pretenzioso e anche limitativo della libertà e della forza della Poesia. È un po’ come tagliare le ali ad una farfalla e ammirarla nella sua agonia.
Tuttavia,  sono rimasto colpito da alcuni passi della nota della Zandonadi pubblicata all’inizio del libro. L’ho trovata diversa dalle solite che sono abituato a leggere, molto vicina al suo sentire, al suo essere.  Scrive:

“(…)Vorrei riuscire a conoscere di più il lettore, a interagire con lui: la poesia non è un’azione autoreferenziale, ma è un atto rivolto al tu. Non un tu divino, ma il tu del vicino di casa, dei genitori, del migliore amico, del fidanzato: il tu è l’alterità, l’altra sponda del fiume da attraversare per trovare il senso.(…)”

Per poi rafforzare  alla fine questa visione buberiana con un forte e sentito appello:


“(…)Voglio lanciare un appello, voglio sentire le voci degli altri tu, voglio sentire la loro parola. Vorrei poter lavorare con gli altri e rendere in poesia anche le idee e le proposte altrui, dedicare loro un regalo. (…)”

Non c’è niente di esagerato in tutto questo. C’è solo una certa urgenza di fare qualcosa per cercare di frenare questa delirante esigenza di murarsi vivi nella propria innaturale e affollata solitudine.

Quando poi si entra nel libro per incontrare la sua poesia ci si rende davvero conto che Giulia Zandonadi è una persona autentica e che la sua essenza viaggia anche nei suoi versi:

È così difficile il tu. Ti addormenti/ senza conoscerlo, con/ la paura di non raggiungerlo. Mai.// E non c’è presa di corrente/ che faccia serpeggiare l’energia/ orizzontale di un volto.// Serve l’intersezione verticale/ dell’acqua sovraccarica di pianto/ per colmare un’assenza priva di rimorso.

LietoColle


giovedì 4 agosto 2016

Gli Scomparsi



LA LOGICA MISTERIOSA DEI CONTRATTEMPI
Dopo più di  dodici anni di attesa esce finalmente con LietoColle  “Gli Scomparsi” di Maria Grazia Calandrone
di Bonifacio Vincenzi

In una intervista del 2010 rilasciata a Michele Fianco, Maria Grazia Calandrone   alla domanda         ( C’è un’opera che avresti voluto pubblicare e che o non è stata pubblicata o ha avuto vicissitudini editoriali particolarmente difficili?), così aveva risposto:

“Sì, in effetti c’è un libro inedito del 2004 che ha vissuto una comica vicissitudine. Un anno dopo averlo concluso in un insolito impeto di autopromozione lo mandai all’indirizzo postale Einaudi che trovai in rete e dopo due mesi ricevetti la telefonata entusiasta di una redattrice che mi comunicava che il volume aveva oltrepassato diversi stati di selezione. Poi, il silenzio ricadde su Gli Scomparsi. Parlo e leggo da molti anni da questo libro: si tratta di un volume su alcune storie tratte dal programma televisivo Chi l’ha visto. Un anno più tardi ne pubblicai estratti su "Nuovi Argomenti" e su "L’Almanacco dello Specchio" Mondadori, che mi valsero la memorabile telefonata del redattore (a me all’epoca vergognosamente sconosciuto) di una casa editrice, il quale mi comunicava che l’opera, io volendo, sarebbe stata gloriosamente inserita nella programmazione della casa editrice medesima. Dissi certo che sì, e ritenendola cosa fatta lasciai il volume nelle loro mani per i successivi due anni: era imminente la pubblicazione de La macchina responsabile con Crocetti e non volevano giustamente sovrapporre le uscite, dunque Gli Scomparsi sarebbe uscito nel 2008. Ma un anno e mezzo più tardi il direttore della casa editrice ha sfortunatamente ritenuto opportuno chiudere i battenti senza prima esaurire i titoli già in programma.”

Ora, dopo più di dodici anni di misteriose vicissitudini  Gli scomparsi esce finalmente con LietoColle in una collana importante, la “Gialla Oro”, condivisa con un’istituzione altrettanto importante,  Pordenonelegge. Chissà, questi contrattempi avevano una loro logica misteriosa che probabilmente capiremo meglio seguendo il percorso e il destino del libro nei prossimi mesi.

Al di questo richiamo profetico la sensazione di trovarsi davanti ad un libro importante appare già abbastanza evidente.

“Questo libro – scrive Maria Grazia Calandrone nella “nota dell’autrice” -  è dedicato ad alcune vite incontrate grazie al museo dinamico dello schermo televisivo. Televisione, internet, realtà virtuale: mezzi nei confronti dei quali la scimmia nuda che siamo nutre sentimenti ancora sperimentali. Ma Chi l’ha visto? ha raggiunto la parte di me più profonda e più viva, ovvero la rabdomante della poesia nella faccia più cruda della realtà. (…)

Non è mai un’operazione facile per un poeta, anche di grande talento,  calarsi nella cruda realtà. Al di  là della  naturale disposizione alla poesia,  delle capacità  espressive e delle forse intuitive   nello scegliere, utilizzare e collegare le conoscenze, ci vuole una buona dose di coraggio che alla Calandrone certo in questo caso non è mancata.


Leggendo queste sue poesie ci sembra di stare profondamente immersi nella realtà di alcune vicende che conosciamo bene. In una sorta di miracolo di stile la sua poesia scivola sulla pagina silenziosa e “crudele” come crudele è  la realtà,  la vita, il destino; come crudele e implacabile è il corso del tempo che tutto muta, logora e sospinge verso l’inevitabile scomparsa.

Chi l’ha visto? è, in un certo senso, una trasmissione che ci è cara perché illumina spesso gli ampi spazi dell’oblio lottando contro  questa nostra disposizione, molto “aiutata” in questi ultimi anni, bisogna dirlo,  da poteri forti e occulti, a lasciarci tutto alle spalle velocemente. Non è certo un’oscenità affermare che la memoria collettiva di anno in anno si accorci sempre di più. Ci avviamo a diventare in un tempo non molto lontano esseri senza più  memoria.

Paradossalmente i famigliari degli scomparsi sono gli unici che vanno controcorrente.  Vivono, infatti,  in una condizione di costante attesa  e gli anni che passano, fino a quando il nodo del dubbio non viene definitivamente sciolto,  rimangono accesi e vivi alleati del presente …

Di mattina alle sette/ già stavo al brefotrofio/ e mi hanno detto Non ci pensare, non tornare più, l’hanno portata/ via, né morta/ né viva. Io/ mi sono messa a sedere/ sulla panchina, non mi sono più mossa/ per giorni.// Gli oggetti (maneggiati, amichevoli /volumi sotto sequestro) parlano/ di lei sempre più solitaria e felice: lasciava/ gli orti di guerra tenendo/ davanti agli occhi/ niente, solo la foto. (La rete con il peso del glicine e il vento)

La luce della poesia di Maria Grazia Calandrone    illumina esseri e vicende, si fa tempo che si rinnova, si fa vita sulla pagina. Ciò che  lascia è la traccia che uno sguardo, spesso solitario,  sentirà il bisogno di seguire fino alla profondità del suo  essere.


LietoColle





mercoledì 13 luglio 2016

Al museo delle relazioni interrotte





Visita al museo dell’anima di Mia Lecomte
di Bonifacio Vincenzi

Eccoci qui, Al museo delle relazioni interrotte di Mia Lecomte : un libro di poesie edito da LietoColle. E come tutti i buoni libri di poesia cerca di mostrare un suo procedimento interno indipendente, dando al lettore la possibilità di aderire a un significato anche diverso da quello eventualmente fissato dall’autrice. 
Miracolo della scrittura poetica. Il poeta non è mai l’ultimo a parlare, ma il primo, e non c’è nota introduttiva che lo salvi, i viaggiatori dello sguardo lasciano quasi sempre la strada maestra, avventurandosi per sentieri intimi, procedendo per collisioni, sfioramenti, contaminazioni, generando nuclei immaginativi che spesso si staccano dal contesto e funzionano secondo le regole temporanee dettate dal susseguirsi degli stati d’animo.

Ma la nota iniziale della Lecomte che cerca di spingere il lettore verso la strada maestra del testo, in realtà, è solo un pretesto per liberare da ogni vincolo il rapporto con il lettore. Scrive:

“I luoghi tra parentesi, indicati in relazione ai testi, non sono quelli della scrittura – che avviene sempre altrove, in uno spazio non delimitabile geograficamente – ma quelli dove si è acceso lo spunto, sollecitato da un presunto accadere. Non riguardano alcun tipo di radicamento, non sono traducibili in una cartografia. Sono solo piccole tracce lasciate per segnalare il posarsi, sempre effimero, di un certo pensiero legato alla più ordinaria quotidianità, il provvisorio succedersi dei cerchi sulla superficie dell’acqua allo sfiorare del sasso.”

Da qui il posto preciso, il luogo fisso, i perimetri certi delle geometrie del piano scompaiono, così le condizioni di stabilità e determinazione del flusso creativo.
Ma, attenzione, bisogna sempre diffidare dei poeti, hanno dentro una magica impostura, sono, in altri termini, per dirla con Pessoa, degli irriducibili fingitori per il semplice fatto che il processo stesso della creazione attraversa vari piani (mentale, emozionale, inconscio …),  contaminandosi,  e nella tessitura la magia del caso sollecita sempre nuove visioni e soluzioni.

“Il fatto è – scriveva Foucault – che i confini di un libro non sono mai netti né rigorosamente delimitati: al di là del titolo, delle prime righe e del punto finale, al di là della sua configurazione interna e della forma che lo rende autonomo, esso si trova preso in un sistema di rimandi: il nodo di un reticolo.”

Mai districarsi da questo nodo, e, nel caso specifico, accogliendo pienamente le indicazioni del titolo, prepariamoci, dunque, a visitarlo questo museo multimediale dell’anima dove si proiettano in continuazione immagini dei luoghi di una poetessa girovaga (Parigi, Roma, Londra, Viareggio, Marsala, Müstair, Lugano, Palermo, Zurigo, Napoli, Lucca, Milano …).  Luoghi che, probabilmente, raccontano altro allo sguardo, e dove  la promessa della parola silenziosa, oscura oscilla, in un suo autonomo disporsi, già viva altrove, in attesa del prodigio della Poesia:

Sono gli oggetti che ci hanno seguiti fin qua/ che ci appartengono senza averli mai scelti/ tu conti le medaglie impagliate/ tu annodi il vincastro di fumo/ tu lucidi il soldatino travestito da mago/ io sciolgo nell’urna la caramella al veleno/ io mescolo i cubi del pallottoliere/ io vesto la bambola tutta riccioli e ossa/ di questi ne abbiamo a migliaia/ non li riconosciamo e ce li vorremmo scambiare/ ma tu sei così solo che ti meravigli del caos/ io sono semplice e ripongo con cura ogni cosa” ( Indizi ( Paris, Cité de Trevise)

Migliaia di indizi a sollecitare intuizioni appesantite dal nerume quotidiano dove la vita di dentro e quella di fuori non comunicano quasi mai.  Ognuno di noi recita l’impossibilità di ritrovarsi in un incanto senza pesi e dove il tempo riposa. Alla fine siamo, paradossalmente, degli attori non protagonisti nel grande teatro della  nostra stessa vita:

I morti ci festeggiano nel giorno dei morti/ Hanno scelto la stessa occasione che li riunisce porta il loro nome/ festeggiano mentre noi procediamo/ per tombe, omelie infioriamo il ricordo/ I morti che sanno del giorno dei morti/ ricambiano con un eguale raduno/ si attengono ai dettagli più semplici/ in un certo modo più rispettosi dei ruoli/ pietose le loro voci si perdono a volte/ ma a volte si fanno a tal punto reciproche/ che ci vediamo costretti a sorprenderci/ noi ci vediamo costretti a difenderci” (Rituali (Roma, Cimitero acattolici).
La poesia di Mia Lecomte non indietreggia  mai verso la profondità. La morte, unica via d’uscita al tempo,  qui è vista come esempio di una reciprocità capace ancora di sorprendere, ormai quasi totalmente sconosciuta ai vivi.


venerdì 8 luglio 2016

Di notte a Gerusalemme





 La poesia di Enzo Cordasco:
Gerusalemme, un Luogo geniale capace di nutrire la vita interiore
di Bonifacio Vincenzi

Se è vero che la poesia riunifica, in sostanza,  spesso quegli ambiti del sapere universale, quello religioso e quello naturale, è altrettanto vero che il Tutto di un’anima può essere percepito o colto soltanto nel grondante e trepido silenzio di una inattesa ed oscura rivelazione …

“Anni fa andai a Gerusalemme, un viaggio desiderato e sognato da molto tempo. Dalla hall dell’albergo Mount Zyon, da una piccola vetrata, mi appariva la magica immagine notturna della Città Vecchia, le sue mura, i suoi colori dorati, le Torri, la valle di Josafat. Ogni sera, prima di andare a letto e fino a notte inoltrata, mi piaceva stare solo davanti a questa vetrata dove la mia mente e la mia fantasia – come in trance davanti a questa città d’oro, di rame e di luce, l’omphalos, l’Umbilicus mundi –si misero a vagare da cielo a cielo, da spirito a carne, da ragione a sentimento, da possessione estatica a riflessione sul sacro (e sul profano).”

È quello che scrive Enzo Cordasco in una breve nota alla sua raccolta di poesie Di notte a Gerusalemme  edita recentemente da LietoColle. Ed è una nota importante perché rivela, in una simultaneità inspiegabile, una meraviglia pura dove il passato, il presente e il futuro, si riuniscono, attraverso il calore di uno sguardo, in una  emozione che cercando un approdo, un senso, una sopravvivenza, poteva trovarla soltanto nella poesia …

“(…) I secoli danzano attorno a questo paesaggio di caldo/ opprimente/ con ore di luce e di buio ben distribuite armoniosamente// accolgono tra musica e silenzio l’elevazione di un salmo calmo/ mentre la notte cala sfogliando pagine mai sgualcite dall’oblio// Città mirabile o terrifica che fai indovinare il destino d’ognuno/ tra le tue pianure di creta fiuto l’odore della mia strana/ geografia (Saint Peter Fish)


Cordasco vuole vedere, indagare, penetrare il Luogo del suo sentire partendo da qualcosa che già c’è, da una verità che passa e ripassa senza essere mai colta. È anche vero che l’aspetto religioso in lui tende ad esprimersi attraverso un acuto travaglio intellettuale che gli permette di accordare la sua coscienza armoniosamente all’inconscio. Il viaggio a volte è tranquillo, altre volte burrascoso.

D’altronde, l’esistenza è inafferrabile, si è spinti in una compressione del tempo dove la scomparsa rivendica l’attesa di un ritorno. Non è la felicità che si vuole ma il desiderio di raggiungerla perpetuato fino alla fine dei giorni ...

Che il tempo curerà le mie ferite/ è una sciocca ingenua superstizione// non si rimarginano le malinconie furibonde/ e l’anno prossimo una lucida febbre saluterà le piaghe// mi sarebbe piaciuto far entrare l’alba// dopo una notte di chiacchiera tranquilla// per fortuna il tempo splende angusto e monotono/ in questa città stregata di pianto e di gelo” (Far entrare l’alba)
Gerusalemme, alla fine, è un luogo geniale capace di nutrire la vita interiore e Cordasco un ricercatore spirituale disincantato che cerca di colmare di senso una mancanza che sopravvive anche al tempo che si consuma.



giovedì 7 luglio 2016

Per un fantasma intimo e segreto




 “Per un fantasma intimo e segreto” di Juana Bignozzi
Poesie scelte (1967 - 2014) dalle raccolte della grande poetessa argentina
di Bonifacio Vincenzi

LietoColle ha pubblicato l’antologia poetica Per un fantasma intimo e segreto della poetessa Juana Bignozzi che attinge alle raccolte pubblicate tra il 1967 e 2014, a cominciare da Mujer de un certo orden, per finire con Las poetas visitan a Andrea del Sarto. La traduzione è stata affidata a Stefano Bernardinelli. L’uscita di questo libro in Italia ha coinciso, con la notizia, purtroppo, dell’improvvisa scomparsa della grande poetessa argentina, avvenuta nell’agosto del 2015.

Nel 1959, all’età di 22 anni, Juana Bignozzi entrava a far parte dell’associazione di giovani poeti El Pan Duro, fondata da Juan Gelman, che prevedeva l’autopubblicazione e gli interventi nelle strade dei quartieri operai, nelle mense o nei teatri. L’attività de El Pan Duro  durò circa un decennio  e di sicuro rappresentò la massima espressione della poesia politica argentina di quel tempo.

C’è da dire, però, che la poesia di Juana Bignozzi era troppo raffinata per confondersi con quella poesia popolare e di esplicita propaganda espressa dai militanti de El Pan Duro. La stessa poetessa ci teneva a rimarcare la  sottile differenza tra la poesia politica in senso stretto e la poesia ideologica, (la sua),  fondata sugli ideali a lei trasmessi da genitori anarchici divenuti comunisti negli anni del peronismo.

Nel 1974 la Bignozzi si era trasferita insieme al marito a Barcellona, un esilio prima politico, poi  proseguito per ragioni economiche considerando che la sua attività di traduttrice dall’italiano e dal francese le permetteva di guadagnarsi da vivere.


L’autoritratto poetico di Juana Bignozzi è tracciato tutto in questi versi:

la mia vita è un decorso di cerimonie incompiute/non ho seppellito i miei genitori/non ho avuto figli/non ho davanti a me un abisso nel quale perdere la mia vita/non sono passata dalla casa di un uomo a quella di un altro//in silenzio quello vero/che mi sostiene dietro a tanto rumore/preparo un’eternità/ questa foto scattata dall’amicizia /dei tuoi occhi /la cerimonia non fallita della mia vita/dirà sempre ch’ero viva in un luogo che amavo” (Una foto del momento)

“ Il tema delle origini, – come si legge nella prefazione di Bernardinelli -  delle figure dei genitori e dei “miti” e dagli ideali da essi trasmessi all’unica figlia, è presente in tutta l’opera della poetessa argentina, e dialoga di continuo con quello della lontananza dalla terra natale e dall’amata Buenos Aires.”

Forse la particolarità di questa straordinaria poetessa era proprio questa sua fedeltà verso un mondo che si portava dentro intatto, eternamente vivo nel silenzio di una poesia capace di recuperare per lei ciò che non aveva potuto fare a meno di perdere.


mercoledì 6 luglio 2016

Il mondo dopo il circo



Il recupero della memoria nel romanzo di Gregorio Marrazzo
di Bonifacio Vincenzi

Poche settimane fa è uscito il romanzo di Gregorio Marrazzo, Il mondo dopo il circo edito da Aljon Editrice, nella prestigiosa collana “Il mirto e il lentisco”. Marrazzo intrecciando  affabulazione e recupero della memoria, ha voluto rielaborare un suo vissuto cercando, attraverso i personaggi di questo romanzo, una nuova consistenza psicologica dando così a se stesso la possibilità  di immergersi nella magia di un passato mai dimenticato.

La misura nell’evocazione degli ambienti, la forza nella caratterizzazione di personaggi come Salvatore e Annuzza fanno di questo libro un’occasione importante per cogliere alcuni aspetti di una realtà meridionale mai tenera con i sogni e le speranze …

Le due donne erano sedute tra l’erbetta e i fiorellini e si rassettavano reciprocamente i capelli, la brezza li accarezzava. Parlavano di Salvatore. Annuzza raccontava a Djamila del loro fidanzamento durato sette anni, di come si conoscessero da quando erano ragazzini e di come era già tutto pronto per il matrimonio.
“Ti dispiace molto che sia andata così?”, le chiese Djamila.
Annuzza esitò un attimo prima di rispondere, poi ridendo disse di no, che non le dispiaceva. Rise anche Djamila.
“Se vuoi sapere se mi è rimasta un po’ di delusione, beh, all’inizio sì, c’è stata, quando ho saputo che si era sposato con quell’altra. Ma poi ho preso quella delusione e le ho chiesto cosa volesse da me. Forse, che non mi sposavo più con quell’uomo che è diventato una specie di demonio?Te la immagini che vita sarebbe stata? Certamente non quella che io avrei desiderato. O meglio, forse, è la vita che io adesso non desidererei. Fino a ieri non mi ponevo troppe questioni, l’importante era sposarsi perché lo fanno tutte, fare subito dei figli e crescerli, avendo cura di trasmettere loro lo stesso modo di pensare.”
“Adesso non la pensi più così?” le chiese Djamila.
“No, adesso la penso diversamente, voglio fare altro, non so ancora precisamente cosa, ma mi sto movendo in una direzione che sento essere mia, stando con voi sto imparando davvero tanto su cosa sia scegliere con la propria testa.”
I personaggi di Marrazzo rivendicano il loro diritto di vivere la propria vita. Annuzza tentando di percorrere una strada piena di insidie e di scoperte ma che sente essenzialmente sua; Salvatore, invece, vuole la vita che vogliono tutti, piena di ricchezze, potere, e tanto altro.


Marrazzo, insomma, si rivela un osservatore acuto dell’animo umano e un narratore capace di colpire il cuore e l’intelligenza del lettore.

domenica 26 giugno 2016

Telepatia





“Telepatia” di Gian Mario Villalta
Un libro che ti entra dentro
di Bonifacio Vincenzi


“A cinque anni dall'uscita dell’ultima raccolta (Vanità della mente, Premio Viareggio 2011) - racconta Gian Mario Villalta - credo di avere, se non risolto, approfondito molti dei problemi formali che mi portavo dietro da tempo. Ne risulta un libro più fruibile, che entra in dialogo con il lettore. Per me una tappa davvero importante.” 

Sta parlando chiaramente della sua nuova raccolta di poesia, Telepatia, edita recentemente da LietoColle e che in pratica inaugura la collana di poesia “Gialla Oro”, diretta da Augusto Pivanti.

Telepatia propone 19 poemetti, in circa 150 pagine di versi. Un percorso poetico che ha attraversato tre anni della sua vita, ma ne è valsa la pena, perché queste poesie sono un vero e proprio dono per tutti quei lettori che volessero riconciliarsi con una lettura poetica appagante e, per una volta, vicina al loro sentire.

Questo libro Villalta lo ha pensato e scritto per i lettori, quindi, ed  è già questa una grande novità  nel panorama della poesia italiana dove i “poeti laureati” scrivono ormai soltanto per gli addetti ai lavori. Lo fanno per meglio rientrare in quella logica scambista che mortifica, affossa sempre più la buona Poesia.


Questo suo essere dalla parte del lettore di poesia, in verità, Villalta lo sta da tempo sperimentando in qualità di direttore artistico di Pordenonelegge. Il Festival è ormai tra i più importanti d’Italia e,  presentando sempre poesia ad alti livelli, richiama di anno in  anno, un numero sempre più crescente di appassionati.

Ma torniamo al libro soffermandoci, per un attimo,  su questa poesia:

L’ho mai detto, io, ai miei,/ agli amici, agli alberi, al cielo,/ anche quando davvero potevo,/ a qualcuno ho mai detto: “Sono felice”?/ Mia figlia lo dice senza pudore,/ senza paura che qualcuno le invidi/ la felicità, senza pietà per suo padre/ che la stringe in silenzio e se dice “Anch’io”/ poi deve correggere “in questo momento”.”

I bambini, certo,  non hanno paura della felicità tantomeno della verità. I bambini sono innocenti. Loro ascoltano la pura musicalità dell’essere. Non indossano maschere sociali e non hanno ancora attraversato tutti gli sconvolgimenti dati dalla furbizia e dal calcolo che li faranno diventare adulti.

Come faceva giustamente notare Elémire Zolla in Archetipi, per gli adulti “la maschera mondana diventa la pelle del viso. Allora l’idea che essa possa esserci strappata, getta nel terrore; tutto si affronta pur di non perdere la faccia. (…)” Per poi rafforzare il tutto con questo bellissimo richiamo:


“In una composizione teatrale di Kantor gli attori reggono ciascuno un pupazzo inerte. Una delle attrici si mette a ballare un valzerino grottesco, i pupazzi cominciano a seguirla e ben presto è come se muovessero gli attori; così gli uomini si fanno trasportare dalle loro biografie.”

Gli adulti, al contrario dei bambini, non riescono a disfarsi del pupazzo che li guida, spezzando così una volta per tutte l’identificazione con la propria biografia. Questo dover essere sempre ciò che profondamente non si è, questa impotenza di fronte all’istinto di lasciarsi andare e ascoltare, per una volta senza imbarazzo, la pura musicalità dell’essere, è la causa che spinge inevitabilmente verso l’imponente esperienza del dolore.

La poesia di Gian Mario Villalta, che ho appena citato, è, a mio avviso, una delle più significative della raccolta, perché meglio fa comprendere la reclusione nella nostra prigione concettuale. Non ci sono catene o sbarre: è una prigione dalle porte e finestre spalancate. Evadere è impossibile perché non rientra nelle nostre priorità. La forza dell’emozione, alla fine, è un grande problema perché spezza la forma consueta della persona, la rende debole semplicemente perché ha così poca esperienza della felicità e così tanta del dolore.


Non mi ha sorpreso affatto, quando, nella nota finale dell’autore, Villalta, ha sentito il bisogno di reprimere quello che lui definisce una debolezza:

“Imperdonabili le poesie sui figli, lo so, quasi quanto quelle sulla madre. Però che mi vergogno lo dico già nei versi, e quindi poi mi pareva più ipocrita secretare quello che avevo con tanta sollecitudine scritto.”

Villalta ha un nome, un ruolo. Ancora Zolla: “Nome e forma descrivono le cose, ma prima viene il nome, perché riflette l’archetipo a cui esso appartiene. Quando una cosa si altera, vuole  un nuovo nome proprio, che rifletta l’archetipo diverso che ormai la regge. Sinonimo di nome è “onore”. Ciò che lega l’uomo, l’incantesimo sociale che gli è stato fatto.”

Da qui si capisce come sia inevitabile prendere le distanze per non uscire dall’incantesimo e trovarsi  faccia a faccia con se stessi.
Paradossalmente,  è più facile rinunciare alla felicità ( che così poco si conosce) che al dolore (che così tanto si conosce). La ragione ce la spiega Villalta, in questa  poesia:

Perdere il dolore/ a volte è perdere tutto. Per questo non rinuncia/ all’umiliazione di sentirsi dire che non lo vuole./ Adesso sa ancora chi è. Dopo c’è solamente, /dove dovrebbe/ ricominciare, il niente.”

Gli uomini non rinunciano alla loro biografia, non sono disposti a perdere loro stessi, per riconquistarsi. Eppure c’è in ognuno di loro questa sete di tornare a certe serate memorabili, così rare nell’intero percorso di una vita:

È una scemenza, va bene, che una giornata è bella/ perché finisce, come un fiore è bello perché sfiorisce/ e via dicendo, tutto questo mondo con noi dentro/ fatto così, è stupido dirlo, per andarsene, come una sera/ che ricorderemo: solo uno scemo spera/ di farci una poesia – lo sa chiunque./ A meno che non sveli perché è vera./O almeno, se non perché, quando succede/ che ogni cosa diventa più preziosa,/ quando il tempo quasi ti precede/ più veloce di te nell’abbandono,/ quando le cose abbandonano te, le persone,/ i sogni di quando eri giovane, senza volere abbandonarti o che tu le abbandoni.

Ricorderemo sempre, a distanza di tempo,  una serata memorabile, perché nel momento in cui la vivevi, come scrive sempre Zolla, questa volta,  in Aure, “sarebbe stato assurdo domandarsi il senso della vita, perché stava lì davanti a noi, reso sensibile in un’aura. La felicità intima è l’evocazione di questi momenti vissuti nel passato ma mai trascorsi, delineati nella luce limpida, abbagliata dell’interiorità, più vera di quella del sole.”

“Diciannove poemetti sul vivere e sul vissuto. Presenze, incontri, dialoghi, intuizioni, riflessioni catturate nell’arco degli anni, sospese fra la parola poetica e il battito dei pochi istanti in cui sono affiorate. “ In questa definizione si è voluto collocare, al momento del lancio, Telepatia, ma il libro va ben oltre, il libro ti entra dentro, vive con te attraverso i lavori dello sguardo. Il libro fa bene alla poesia, si riconcilia con il lettore, si offre come specchio per la nostra anima.


Prima di avviarmi alla conclusione, mi piace ricordare il poemetto  in dialetto veneto periferico Tra mi e ti – con Andrea Zanzotto due anni dopo.
“La traduzione – spiega Villalta in nota – è solo per chi non accede assolutamente ai versi in dialetto. E per questo è pensata in una sua autonomia lessicale e semantica, pur rimanendo una traduzione.”

“(…) Sol che tra mi e ti, in te un parlar che l’à la dh e la th,/ come i nostri veci( drento ‘sta nova/ comunion- distanzha, diventadhi i stessi veci),/ co’ quela zh che là ne à portà/ a parlar a strazhabaloò, a strazhamarcà, co’l dialeto/ e cò l’italian, par ore e ore par très de le parole/ de tute le lingue de la poesia. (…)” (Solo tra me e te, in una lingua con la dh e con la th,/ come i nostri vecchi ( ora, in questa diversa/ comunione – distanza, diventati gli stessi vecchi)/ con quella zh che ci ha portati/ a parlare a più non posso, (gratis – quasi – in quantità) con il dialetto/ e con l’italiano, per ore e ore attraverso le parole/ di tutte le lingue della poesia. (…)

Un omaggio al mai dimenticato maestro e alla sua casa, un modo per guardare, ancora una volta, il grande spettacolo della natura, da quella finestra nuova che Zanzotto era riuscito a realizzare nella vecchia casa di suo padre che, tra l’altro,  era un buon pittore di paesaggi ed era capace di far apparire miracolosamente sulla tela quello che  gli occhi del grande poeta vedevano davanti a lui. Quella finestra, “purezza inestinguibile”, per un unico sguardo di poeta, che rimanga lì “ dentro la mare de un temp robà al passà,/ robà al present, un temp fora dal temp.


Immagini in ordine di apparizione: 1. Copertina del libro; 2. Prdenone legge (panoramica sul pubblico); 3.  Elémire Zolla; 4. Gian Mario Villalta; 5. Andrea Zanzotto.